La Chiesa

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I documenti più interessanti sono quelli che segnalano la presenza nei primi decenni dell’ ottocento di un don Giuseppe Schiavi quale curato di Orcenico Inferiore che celebra il matrimonio tra Giovanni Battista, figlio del tolmezzino Domenico Schiavi e Angela del nobile Carlo Bragadin (parrocchiale di Zoppola 4 luglio 1803).
Questo intreccio di rapporti potrebbe giustificare un intervento degli architetti Schiavi nella costruzione della villa di Murlis.
Il progetto era grandioso però la realizzazione si fermò alla barchessa di sinistra e alla metà del corpocentrale.
All’estremità settentrionale della barchessa venne eretta una chiesa dedicata a S.Lucia. E’ proprio grazie alle notizie tramandate sulla cappella gentilizia che possiamo datare l’intera costruzione, interrotta forse per il travaglio seguito alla soppressione dei feudi dopo la caduta di Venezia (1797).
Il 26 novembre 1800 nel tempietto furono celebrati due matrimoni, mostrando che l’edificio del culto era ultimato.
Nel 1809 il conte Giulio provvide al mercato d’opere d’arte delle chiese soppresse di Venezia pregevoli altari e statue per fornire ed addobbare la cappella di S.Lucia.
Più tardi fu eretta una cappellania con l’obbligo di celebrazione.
Un cappellano era già presente nel luogo nel 1801, quel don Pietro Biglia di origine garfagnana,alloggiato e ospitato dalla principessa Cecilia a Palazzo Flangini a Sacile.Il Tempio di Murlis fu aperto al pubblico culto con l’erezione in sacramentale, l’11 settembre 1812 e successivamente consacrata a cappellania curata il 3 settembre 1815. Nel 1903 i fabbricati vennero acquistati dal muratore Costante Costantini che provvide al restauro e riapertura al culto il 13 agosto 1908. Per volontà e intervento dei figli di Costante, il vescovo Giovanni e il cardinale Celso, il tempio di S.Lucia venne eretto in parrocchiale il 12 settembre 1935.

LE OPERE

SANTA LUCIA

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L’immagine della Santa Patrona Lucia è un ovale (cm. 47 x 38), dipinto ad olio su tela. Viene concordemente attribuito ad Andrea Michieli, detto il Vicentino, un pittore nato probabilmente a Vicenza verso il 1540 e morto a Venezia tra il 1616 e il 1619. Il Vicentino lasciò sue opere in chiese di Chioggia, Bassano, Vicenza, e anche nel Palazzo Ducale di Venezia, segno di una considerazione di cui godeva durante la sua vita. E’ stato detto di lui che come “gusto” era modesto e mediocre, ma che era “abilissimo” nell’immaginazione, nell’ornare e nel maneggio dei colori. L’opera di Murlis, rappresentante Santa Lucia, proviene con ogni probabilità dal mercato antiquario veneziano, e sembra risalire agli ultimissimi anni del 1500. Abbandonando una tradizione costante fra gli artisti veneziani – soliti raffigurare la Santa Siracusana, le cui reliquie si veneravano nell’omonima Chiesa (poi distrutta per far posto alla Stazione ferroviaria di Venezia – Santa Lucia, appunto), e che ora si trovano nella vicina chiesa di san Geremia – quale fanciulla, giovanissima, acerba per il mondo e matura solo per il Signore, il Michieli ricorre alle sembianze di una prosperosa e giunonica matrona, con un sontuoso vestito ricamato fin nei più minuti spazi, le mette una corona regale d’oro in testa, da cui fa scendere dei finissimi impalpabili veli, che quasi richiamano l’incurvarsi della palma di trionfo che la Santa regge con la mano sinistra. Con la destra, invece, porge l’attributo iconografico classico, il vassoio con i due occhi che una tradizione diceva strappati alla Santa (in realtà richiamo alla luce, da cui l’etimologia popolare faceva derivare il nome di Lucia). Sullo sfondo un cielo azzuro-verde-grigio, richiama alle lezioni del maestro del Vicentino, Paolo Veronese, e dei grandi pittori di quel periodo veneziano: Palma il Giovane, i Bassano, i Maganza.

SANTA APOLLONIA

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La grande pala di santa Apollonia, conservata a Murlis è opera firmata di Luca Ferrari, detto Luca (Luchino) da Reggio, la città emiliana nella quale era nato nel 1605.Morirà a padova nel 1654. Fu allievo di Guido Reni, e lavorò a Modena, Carpi, Venezia, Padova e Reggio Emilia. L’opera di Murlis appartiene al periodo padovano dell’artista, e potrebbe essere il dipinto eseguito nel 1637 per la Chiesa dei Servi. Fu acquistata per Murlis dai conti panciera dopo le soppressioni che interessarono molte chiese e conventi, e fu adattata a Santa lucia, facendo coprire la tenaglia, simbolo del martirio di Apollonia, con due foglie sulle quali furono dipinti due occhi. Il recente restauro, opera del maestro giancarlo Magri, l’ha restituita alla forma originaria. La tela è stata comunque, nel tempo, ridotta e adattata alla cornice: rappresenta Santa Apollonia in preghiera estatica mentre viene premiata dagli Angeli con la palma e la corona; sullo sfondo la scena del martirio: alcuni carnefici le stanno strappando i denti. In primo piano, a contrastare la luminosità dei colori delle vesti della Santa un piedistallo con un idolo avvolto nel buio

ANGELI

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Opera di Tommaso Ruer, scultore veneziano documentato nel periodo 1670-1696, collocata in origine nella chiesa di

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San Giacomo della Giudecca, in Venezia, appartenente ai Frati Servi di Maria. A grandezza naturale, rappresenta l’Angelo con le ali spiegate, ben dritto; le vesti movimentate fanno indovinare una folata di vento che lo investe. Lo spirito celeste volge la tesa verso il tabernacolo in cui è conservata l’eucarestia, manifestando desiderio e volontà di investigazione e ricerca. rappresenta chi – di fronte al mistero- cerca in tutti i modi di capire almeno qualcosa. le mani giunte, il corpo, che compie una torsione verso l’oggetto della ricerca, indicano l’atteggiamento di chi in questa ricerca è sorretto dalla fede, e si accosta non per sola curiosità, ma perché con maggiore disposizione vuole adorare Dio e ringraziarlo anche per i misteri più ardui e difficili.
Michele Fabris, detto l’Ongaro, è scultore veneziano, cha ha lavorato anche fuori dalla sua città, soprattutto a Padova nella basilica di santa giustina dei benedettini, al Prato della Valle ( in essa appartengono il San Massimo con i putti, il San Pietro all’altare del beato Arnaldo, un Angelo e i Santi Giacomo e Giovanni all’altare degli Innocenti). Nell’Angelo di Murlis, in origine a venezia, nella chiesa di San Giacomo della Giudecca, l’Ongaro tratta il marmo, quasi piegandolo e torcendolo, in modo molle e sensuale, per far esprimere all’immagine una adorazione che è abbandono, estasi, partecipazione al mistero. La veste è buttata sulle spalle e sembra abbia perduto la gravità, il copro è perfetto, le mani sono languide, le dita perfettamente tornite; così Michele Fabris vuole rappresentare l’incontro dello Spirito con Dio, un Dio che trasforma l’essere, lo porta quasi in un anticipato Paradiso.